I nuovi padri

Grazie al cambiamento culturale avvenuto negli ultimi trent’anni, gli uomini che si sono trovati a ricoprire il ruolo di padre non hanno più potuto prendere come modello di riferimento quello passato derivante dalla società ma nemmeno quello della famiglia di origine, trovandosi di fatto a sperimentare sulla propria pelle la crisi “dell’ autorità del padre”.

E’ interessante osservare come le culture attuali si stiano ribellando al vecchio modello gerarchico di figura paterna e stiano cercando di far ritrovare una nuova identità e personalità al padre non più legato all’informalità, all’assenza da casa o come detentore di verità assolute, che ne faceva un modello intoccabile e rispettabile, ma distante.

Se in passato il ruolo paterno all'interno della famiglia era ben definito e si identificava nella figura del padre padrone, la cui relazione con i figli si fondava sul distacco emotivo, sul timore, sulla severità e sul controllo, le nuove generazioni di padri si distaccano da questo modello, nella ricerca di una maggiore vicinanza emotiva verso i figli, che a loro era stata negata. Tant’è vero che la figura paterna oggi è più attiva rispetto al recente passato,  e ad esempio vive "l'evento nascita" a partire dalla gestazione della compagna, con vitalità e preparazione.

A far loro da maestri insomma non sono più né i loro padri, né i modelli ideali previsti dalla società e ben presenti nell’immaginario collettivo della generazione precedente la loro. Questi “nuovi padri”, riconoscendo alle madri un ruolo di maggiore competenza  nella comprensione e nella soddisfazione dei bisogni più profondi ed emotivi, vengono addestrati o allenati all’esercizio della loro funzione dalle proprie compagne ma soprattutto dai propri figli.

La differenza, insomma, è che imparano a fare il loro mestiere proprio cercando di capire quale padre vorrebbe il figlio, affinando una maggiore empatia  e sostenendo attivamente una crescita anche affettiva  e non più solo normativa ed etica.

I loro padri nascevano culturalmente, diventando lo specchio dei valori della loro epoca, portatori di regole e pregiudizi. I nuovi padri invece disdegnano l’idea di influenzare la mente dei propri figli con informazioni e valori della cultura in cui sono immersi e si pongono anzi come difensori del diritto della loro prole di essere se stessi inseguendo la propria indole secondo i propri tempi.

I “nuovi padri” hanno la possibilità di scegliere, di individuare una propria posizione tra tradizione e modernità, rifiutando il ruolo stereotipato del passato e con un atteggiamento di maggior consapevolezza e curiosità può costruire il suo nuovo modo di essere genitore.

E i figli?

Da quando sono loro a insegnare ai propri padri il loro mestiere sono decisamente più sereni rispetto ai coetanei della generazione precedente che dovevano vedersela con padri rigidi e pronti a tutto pur di sottometterli alle regole sociali, etiche e religiose. Tuttavia, perché i “nuovi figli” possano compiere un buon lavoro, è necessario che l’incontro tra i due avvenga il prima possibile. Meglio se direttamente nel grembo materno, prima ancora che in sala parto.

E perché questa trasformazione possa avere luogo risulta di fondamentale importanza la figura della madre e la sua collaborazione e mediazione soprattutto nei primi mesi di vita del bambino.

Questa precocità potrà consentire all’uomo di attivare quel “dispositivo mentale” che lo predisporrà a instaurare una relazione di accudimento efficace.

Favorire questo processo potrebbe esser considerato una vera e propria sfida culturale che la società odierna pare aver accolto. Nell’ultimo periodo si assiste infatti ad “un’accelerata” dei processi di sostegno e appoggio nei confronti della figura del padre. Basti pensare alle diverse misure di sostegno genitoriali, pronte a promuovere una cultura di maggiore condivisione dei compiti di cura dei figli all’interno della coppia, come anche percorsi creativi svolti all’interno di scuole d’infanzia per riflettere sull’importanza del ruolo educativo del papà. Non solo, ma è nato anche il congedo obbligatorio per il padre, entro 5 mesi dalla nascita del figlio, a dimostrazione del fatto che il padre, se c’è, non può esser considerato una figura messa in un angolo.

In una recente indagine che ha coinvolto un team di psicologi provenienti da 13 nazioni che lavorano all’International Father Acceptance Rejection Project, è emerso come l’amore di un padre contribuisca tanto quanto quello della madre nello sviluppo del bambino seppur con funzioni diverse.

Dunque, tutto questo richiede oggi un investimento più forte che in passato, un supplemento di volontà, uno sforzo da parte dei nuovi padri che da una parte hanno conquistato la possibilità di testimoniare ai figli passioni, vocazioni, progetti, senza pretendere di proporre modelli o valori universali ma ciò non li ha dispensati dal dover opporre dei limiti, dei “no” e affrontare il conflitto, indispensabile alla crescita e alla maturazione dei figli.

Assistiamo così alla stesura di un nuovo capitolo nella storia della famiglia. La paternità oggi non è più esclusivamente definita e costretta all'interno di una rigida separazione dei ruoli. Il padre attuale assolve a molteplici funzioni molto più articolate e complesse, che non si limitano né si esauriscono nella sola funzione punitivo-educativa o ludico-ricreativa, ma si estendono a una dimensione di cura densa di connotazioni emotive, attenzione e ascolto.

In questo modo è stata messa al bando la figura del padre fantasma, il cui stile relazionale si caratterizzava per l'assenza nel rapporto con il figlio.

Ma quali sono le nuove difficoltà che devono affrontare i nuovi padri?

Per anni si è parlato della "depressione post partum" della madre. Ben poco però finora è stato detto e fatto a proposito del vissuto del padre a seguito della nascita del figlio. Tutto cambia, dagli orari interni alla famiglia all'organizzazione relazionale sia di coppia che con la famiglia estesa. Dunque anche l'uomo va in contro a una forte ridefinizione del sé, che va contenuta e sostenuta. Sarebbe quindi importante che anche nell'uomo venisse accolto questo passaggio che segna il cambiamento da una fase del proprio ciclo vitale a un'altra.

Psicologi e operatori del materno infantile in passato troppo poco si sono occupati e pre-occupati delle emozioni e dei disagi vissuti dall'uomo che andava incontro all'evento paternità, proprio perchè la nascita era un evento che coinvolgeva la donna molto di più rispetto all'uomo e che comportava ben poche modifiche nello stile di vita di quest'ultimo.

Oggi non è più così.

I padri, a partire dalla sempre più frequente presenza anche in sala parto, sono molto più coinvolti e attivi al fianco delle loro donne. Molto più presenti e partecipi allo schiudersi e al crescere di una nuova vita. Andrebbero comunque prese in seria considerazione da parte degli esperti addetti ai lavori (assistenti sociali, psicologi, antropologi, psichiatri, nonché medici di base) le difficoltà che, accanto all'indubbia gioia, pervadono la paternità. Si tratta principalmente di difficoltà connesse alla responsabilità di una nuova vita, che può far scaturire sensi di inadeguatezza. Sono anche paure del cambiamento che riguardano lui, la coppia e la famiglia d’origine: ansie di invischiamento, tempeste di emozioni, gelosie nei confronti della compagna o difficoltà legate  all'assunzione di un nuovo e complesso ruolo che va lasciandosi alle spalle la leggerezza della giovane età. A differenza del passato, in cui si pensava che solo la mamma avesse bisogno di un supporto psicologico in preparazione al parto, ci si è resi conto che anche nell'uomo il desiderio di diventare padre va di pari passo con un forte bisogno di accompagnamento psicologico che fornisca un valido supporto.

dott.ssa  Elisa Matronola